Quinto Vennonio Felice, l’augure

Erano giorni che l’augure con il capo velato scrutava il terso cielo invernale, dopo averne fissato i limiti tenendo il lituo nella sinistra. Quella mattina, nel momento in cui il disco del sole comparve all’orizzonte da oriente, si intravide dapprima una linea scura, via via più nitida e infine candida: uno stormo di cigni diretto a sud in forma di grande M. Era il segno tanto atteso. Gli dei proclamavano attraverso il volo degli uccelli che una nuova città sarebbe sorta per iniziativa di un fondatore, M(arcus), e che la sua vita sarebbe durata millenni. Nascendo sotto la tutela di Cicno, il re cigno dei popoli padani, essa avrebbe dovuto fondere in un unico popolo Romani e Liguri, Galli ed Etruschi, o quel che di essi ancora sopravviveva. Fu allora che poterono iniziare i sacri riti previsti per la nuova fondazione. Gli aruspici celebrarono un sacrificio esaminando poi le viscere delle vittime. Dove si incrociavano Kardo e Decumanus si scavò il mundus per dedicarlo agli dei inferi. Si tracciò poi con un aratro dal vomere di bronzo il solco primigenio per definire i confini dello spazio cittadino. Era l’anno 578 dalla fondazione dell’Urbe e Marco Emilio Lepido era console per la seconda volta.

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