{"id":34750,"date":"2020-01-24T11:20:13","date_gmt":"2020-01-24T10:20:13","guid":{"rendered":"https:\/\/www.musei.re.it\/en\/?p=34750"},"modified":"2020-01-24T11:20:13","modified_gmt":"2020-01-24T10:20:13","slug":"ispirazionemuseo-monica-gambini","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.musei.re.it\/en\/ispirazionemuseo-monica-gambini\/","title":{"rendered":"#IspirazioneMuseo \/ Monica Gambini"},"content":{"rendered":"<p><strong>Monica Gambini, architetto<\/strong><\/p>\n<p>Monica Gambini \u00e8 nata a Reggio Emilia e dopo aver conseguito la laurea in Architettura a Firenze nel 1995, inizia il suo percorso professionale presso lo studio <em>Mauro Severi architetto<\/em>, dove approfondisce gli aspetti del restauro architettonico e dell\u2019allestimento museale, collaborando ad alcuni progetti di allestimento museografico come il Museo Lapidario di Modena e la Galleria Nazionale dell\u2019Umbria di Perugia. Si occupa, in seguito, come associata allo studio<em> Binini Architetti &amp; Ingegneri<\/em>, di progettazione architettonica, ristrutturazione e adeguamento funzionale di edifici pubblici e privati. Successivamente apre il proprio studio e prende parte nel 2008 alla progettazione dell\u2019allestimento della mostra &#8220;Matilde e il tesoro dei Canossa: tra castelli e citta&#8217;&#8221; a Palazzo Magnani di Reggio Emilia. Dal 2013 partecipa come co-fondatrice all&#8217;attivit\u00e0 del gruppo <em>TOO studio<\/em>, in cui condivide l\u2019attivit\u00e0 di progettazione con l\u2019arch. Marco Denti. <em>TOO studio<\/em> si configura come gruppo aperto e fluido, in cui convergono le diverse professionalit\u00e0 necessarie allo sviluppo completo ed organico dell\u2019intero processo progettuale, con un\u2019apertura all\u2019introduzione dei temi dell\u2019interazione digitale.<\/p>\n<p><strong>In relazione all\u2019attivit\u00e0 espositiva, nel 2016 progetta l\u2019allestimento della mostra \u201cLiberty in Italia\u201d, sempre a Palazzo Magnani, e dal 2017 cura gli allestimenti a Palazzo Roverella di Rovigo: nell&#8217;ambito di questa attivit\u00e0 si colloca la mostra \u201cGiapponismo. Venti d\u2019Oriente\u201d (dal 28 settembre 2019 al 26 gennaio 2020 a Rovigo, Palazzo Roverella), per la quale il curatore Francesco Parisi ha richiesto ai\u00a0Musei Civici di Reggio Emilia l\u2019opera di Antonio Fontanesi \u201cIngresso di un Tempio a T\u014dky\u014d\u201d, opera eseguita dall&#8217;Artista, a ricordo della sua esperienza giapponese, basandosi su ricordi e schizzi personali e anche su materiali eseguiti dai suoi allievi, rimasta incompiuta a causa della sua morte avvenuta nel 1882.<\/strong><\/p>\n<p>Abbiamo chiesto a Monica di illustrarci il percorso che ha portato alla realizzazione di questa esposizione per conoscerla direttamente dalle sue parole.<\/p>\n<p><strong>Come \u00e8 nata questa mostra? Quali sono stati i passaggi che hanno portato alla sua realizzazione?<\/strong><\/p>\n<p>La mostra \u201cGiapponismo. Venti d\u2019Oriente\u201d si inserisce nella programmazione triennale di mostre d\u2019arte presso Palazzo Roverella a Rovigo, promosse dalla Fondazione CARIPARO\u00a0in collaborazione con il Comune di Rovigo e l&#8217;Accademia dei Concordi, e prodotte da Silvana Editoriale.<br \/>\nL\u2019ampio e articolato progetto curatoriale di Francesco Parisi, con la collaborazione di Rossella Menegazzo per la sezione \u201cGiappone\u201d, ha avuto una lunga preparazione dovuta ad una ricerca meticolosa di opere che potessero rappresentare nel contesto europeo l\u2019influsso dell\u2019arte giapponese.<\/p>\n<p><strong>Come si articola la mostra e quali sono i temi narrativi che sviluppa?<\/strong><\/p>\n<p>La mostra si articola secondo sezioni distinte per area geografica, determinando l\u2019asse portante del percorso espositivo. Cos\u00ec si susseguono Francia e Belgio, Austria e Boemia-Moravia, Inghilterra, Giappone e Italia, la quale apre e chiude il percorso. In questo modo si \u00e8 potuto dare evidenza a due momenti caratteristici del recepimento dei modelli orientali: <em>Japonaiserie<\/em> e <em>Japonisme<\/em>.<\/p>\n<p>Nella sala di apertura della mostra, infatti, le opere scelte manifestano quel gusto pittorico che utilizza elementi giapponesi, come un ventaglio o un paravento, per connotare con un\u2019aria esotica una costruzione pittorica pienamente accademica. E\u2019 proprio in questa prima sezione che \u00e8 stato collocato <strong>\u201cL\u2019ingresso al tempio\u201d di Antonio Fontanesi<\/strong>, artista e direttore della scuola di Belle Arti a Tokyo, in cui lui stesso insegnava le regole e il fare artistico occidentale ad allievi nipponici, invertendo in questo caso la direzione dell\u2019influenza artistica innestando nei soggetti classici giapponesi la rigorosa costruzione prospettica e gli effetti naturalistici del chiaroscuro. Al termine del percorso sono invece raccolti gli artisti che hanno sviluppato un linguaggio altro, caratterizzato da una personale sintesi tra oriente e accademia.<\/p>\n<p>Il tema emergente dalla scelta curatoriale non \u00e8 solo quello di sottolineare i differenti caratteri giapponisti nell\u2019arte dei vari paesi europei, ma anche quello di rilevarne le assonanze, le contaminazioni stilistiche, tecniche, formali ed iconografiche derivate da un paese come il Giappone, lontanissimo sia per distanza geografica che culturale dal contesto occidentale. In mostra si trovano cos\u00ec accostate alcune opere giapponesi e occidentali, in modo da creare una sorta di eco artistica che rende evidente come l\u2019apparente semplicit\u00e0 dell\u2019arte orientale riesce a stemperare la complessit\u00e0 delle strutture compositive occidentali. Il visitatore percorrendo la mostra ritrova un rimando di forme, prospettive, gesti figurativi declinati secondo le diverse scuole pittoriche, intercalato da alcune punteggiature che evidenziano in modo diretto come il modello giapponese sia stato ripreso ed elaborato in occidente: l\u2019\u201dOnda\u201d di Hokusai e \u201cLa vague\u201d di Paul Ranson, \u201cLa casa da t\u00e8 con vista sul monte Fuji\u201d di Utagawa Hiroshige e \u201cPaesaggio con monte Fuji\u201d di Emil Orlik, i \u201cgrandi pesci di Utagawa Hiroshige e le ceramiche di Galileo Chini, o ancora gli \u201cAironi bianchi in volo\u201d di Maruyama Okio e il paravento magnifico dello stesso Chini.<\/p>\n<p><strong>Come si realizza l\u2019idea di mostra che descrivi, sia dal punto di vista progettuale e tecnico, sia &#8220;emotivo&#8221;?<\/strong><\/p>\n<p>Questa mostra accoglie 260 opere provenienti da una settantina di prestatori. Si tratta di olii, disegni, grafiche, ceramiche, arredi, libri, <em>kakemono<\/em>, paraventi, tessuti. Ognuna di queste richiede particolari attenzioni e cure espositive per garantire la loro corretta conservazione, spesso esplicitate da richieste specifiche dei prestatori riguardo le condizioni d\u2019illuminamento, di sicurezza e termoigrometriche.<br \/>\nOltre a queste prescrizioni, che devono comunque essere monitorate ciclicamente, vi sono altri condizionamenti che, nel caso di palazzo Roverella, sono dovuti alla disposizione articolata delle sale, alle pannellature esistenti di altezze diverse, all\u2019andamento irregolare dei solai e della copertura, al posizionamento degli apparati impiantistici. Inoltre le sale sono disposte su due livelli, condizione che inevitabilmente produce una cesura lungo il percorso espositivo.<\/p>\n<p>Tutto ci\u00f2 si intreccia alla necessit\u00e0 di garantire la miglior leggibilit\u00e0 dell\u2019intenzione curatoriale nella disposizione delle opere e dell\u2019immagine complessiva dell\u2019allestimento. Ed \u00e8 proprio in questo ambito che si innesta il rapporto di fiducia e completa collaborazione tra progettista e curatore, durante il quale avviene un confronto aperto sulle possibilit\u00e0 di variazioni ed adattamenti del percorso nel caso in cui subentrino particolari esigenze espositive.<br \/>\nTutto questo processo coinvolge anche le altre figure che partecipano alla realizzazione della mostra, di cui l\u2019allestimento \u00e8 l\u2019esito fruibile: registrar, grafici, restauratori, allestitori, elettricisti, trasportatori, sono alcune delle professionalit\u00e0 con i quali il progettista architettonico ha necessit\u00e0 di un continuo confronto per sviluppare e risolvere tutte le diverse problematiche.<\/p>\n<p>La complessit\u00e0 degli spazi, il numero di opere e la loro eterogeneit\u00e0 materica devono amalgamarsi ad un\u2019idea di allestimento fluida e senza limiti. Come evidenziato precedentemente, si tratta di una mostra di contaminazioni e di assimilazioni, e pertanto la distinzione tra aree geografiche \u00e8 necessaria per dare un orientamento spazio-temporale, ma da un punto di vista artistico i confini risultano inesistenti. Le idee si muovono liberamente, si confrontano, si modificano. Per questo non ho voluto dare una connotazione cromatica specifica alle singole sezioni, ma ho preferito creare una variet\u00e0 di visione, come se fossero tanti <em>shoji<\/em>, le porte scorrevoli delle case giapponesi, che si aprono e si chiudono su scorci di paesaggio, sfruttando l\u2019andamento irregolare dei pannelli espositivi esistenti. Da qui scaturisce la scelta di due tonalit\u00e0 di bianco a ricordo delle carte di riso, alternate al colore dell\u2019inchiostro usato nello <em>shodo<\/em>, l\u2019arte giapponese della calligrafia, al ceruleo dell\u2019acqua e del cielo, e all\u2019arancio evocativo del <em>foliage<\/em>.<\/p>\n<p>Questa variet\u00e0 cromatica ha permesso cos\u00ec di annullare qualsiasi limite fisico e mentale, e di caratterizzare l\u2019atmosfera della mostra, adattando in modo flessibile le esigenze di sfondo delle opere e di integrare le altre strutture espositive realizzate appositamente per questa mostra. L\u2019andamento irregolare dei pannelli esistenti si prestava a questo ritmo cromatico, ma evocava anche le forme dei paraventi e dei ventagli, che hanno tracciato le linee dell\u2019espositore dei vasi e arredi di \u00c9mile Gall\u00e9, dei ventagli di Paul Signac e F\u00e9lix Buhot e delle ceramiche di Henry Van de Velde e Cl\u00e9ment Massier, struttura porosa che tramite alcune teche integrate permette un rimando iconografico e stilistico continuo tra le opere disposte nella sala.<br \/>\nL\u2019eco degli elementi della casa giapponese permangono nelle pedane rialzate, utilizzate per la \u201cmessa in scena\u201d degli arredi, come se fossero all\u2019interno di rivisitati <em>tokonoma<\/em> e <em>chigaidana<\/em>, nicchie rialzate in cui sono collocati tradizionalmente alcuni oggetti decorativi e d\u2019arredo.<\/p>\n<p>Un altro carattere d\u2019ispirazione \u00e8 stato quello della disposizione delle pietre poste nei sentieri dei giardini giapponesi. La loro irregolarit\u00e0, apparentemente casuale, si sposava con l\u2019esigenza di creare un espositore per oggetti che necessitano di punti di visione diversificati, come vasi, libri e piatti. Cos\u00ec, come se fossero dei volumi estrusi dalle pietre, i singoli espositori si alzano quanto basta per una visibilit\u00e0 ottimale dell\u2019opera, evitando l\u2019eventuale monotonia di un unico espositore.<br \/>\nLe ispirazioni per questa mostra non sono certo mancate, ma occorreva innanzi tutto cercare di aggirare mimetismi o citazioni troppo esplicite che avrebbero potuto appesantirne l\u2019esposizione, cos\u00ec da mantenere una naturalezza nella completa artificialit\u00e0, assecondando il pi\u00f9 possibile i canoni dell\u2019estetica giapponese.<\/p>\n<p><em>a cura di Georgia Cantoni<\/em><br \/>\n<em>Responsabile comunicazione<\/em><br \/>\n<em>Musei Civici di Reggio Emilia<\/em><\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"wp-image-34737 aligncenter\" src=\"https:\/\/www.musei.re.it\/en\/wp-content\/uploads\/sites\/2\/2020\/01\/DSF0011.jpg\" alt=\"\" width=\"921\" height=\"518\" \/><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"wp-image-34739 aligncenter\" src=\"https:\/\/www.musei.re.it\/en\/wp-content\/uploads\/sites\/2\/2020\/01\/DSF0007.jpg\" alt=\"\" width=\"913\" height=\"514\" \/><\/p>\n<p>Foto: Carlo Vannini<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Monica Gambini, architetto Monica Gambini \u00e8 nata a Reggio Emilia e dopo aver conseguito la laurea in Architettura a Firenze nel 1995, inizia il suo percorso [&hellip;]<\/p>\n","protected":false},"author":5,"featured_media":34745,"comment_status":"closed","ping_status":"closed","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"inline_featured_image":false,"footnotes":""},"categories":[2],"tags":[],"class_list":["post-34750","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-blog"],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.musei.re.it\/en\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/34750","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.musei.re.it\/en\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.musei.re.it\/en\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.musei.re.it\/en\/wp-json\/wp\/v2\/users\/5"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.musei.re.it\/en\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=34750"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/www.musei.re.it\/en\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/34750\/revisions"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.musei.re.it\/en\/wp-json\/"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.musei.re.it\/en\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=34750"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.musei.re.it\/en\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=34750"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.musei.re.it\/en\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=34750"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}