DUE FRATELLI PER UN TEATRO
O DELLA CENSURA

L’occasione per farsi ispiratore di una iniziativa culturale di alto significato, politico in primo luogo, aggirando le censure della polizia estense, fu offerta a don Gaetano Chierici dal fratello Alfonso, il pittore che si era da tempo affermato sulla scena artistica romana. A lui sin dal 1853 il Comune di Reggio aveva commissionato la realizzazione del sipario del nuovo teatro municipale, destinato a diventare la massima espressione della vita culturale cittadina. Alfonso si rivolse al fratello sacerdote, perché gli suggerisse il soggetto della raffigurazione. Il progetto di Gaetano Chierici era una complessa macchina allegorica, che avrebbe dovuto imperniarsi sulla figura dell’Italia, indossante i tre colori nazionali, impegnata nel tentativo di risvegliare e incitare a nobili imprese le Belle Arti, neglette e sonnecchianti, traendo ispirazione dalle glorie della sua storia antica. Giudicato «rivoluzionario» dal conte Fulcini, delegato del Ministero degli Interni, il progetto dovette essere rivisto, eliminando il tricolore e trasformando l’Italia in un genio, cui però si volle attribuire un andamento incerto, quasi zoppicante, con possibile allusione alla mancata unità nazionale.
Un bozzetto che si conserva nella galleria Fontanesi dei Musei Civici di Reggio Emilia rispecchia questa seconda versione. Nella descrizione del sipario, composta da don Gaetano e stampata a Torino per evitare le noie della censura estense, la scena è immaginata nel Lazio, evocato dalle rovine romane un tempo sedi delle Belle Arti. Il Genio italico discende dall’Olimpo con il corteo dei grandi uomini (poeti, pittori, scienziati), suddivisi in tre cerchi concentrici che alludono ai tempi moderni, ai tempi romani e a quelli definiti antichi. Non vi è bisogno di sottolineare che all’inaugurazione del teatro, il 21 aprile del ’57, il sipario risultò sgradito all’ambiente ducale e suscitò molte riserve anche fra i benpensanti. Basti dire che fra i grandi uomini dei tempi moderni è rappresentato Giuseppe Giusti, reo di avere insolentito in una sua opera il duca Francesco V. (RM)

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