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VENI, VIDI, LUDIQUE. JEUX ET JOUETS DANS L’ANTIQUTÉ – Sono partiti oggi, 26 aprile, i giocattoli della piccola Iiulia Graphide alla volta di Cholet, nella valle della Loira, per la terza e ultima tappa del tour europeo della mostra “Veni, vidi, ludique. Jeux et jouets dans l’Antiquité” (Giochi e giocattoli nell’Antichità), dove resteranno sino al 27 novembre.

I preziosi giocattoli, solitamente esposti nel “Museo Gaetano Chierici di Paletnologia”, a Palazzo dei Musei, erano rientrati a fine gennaio dopo la chiusura della mostra ospitata nel Museo Forum antique di Bavay, nella Francia del Nord al confine con il Belgio, e precedentemente erano stati esposti nella mostra allestita a Nyon, nella Svizzera bagnata dal lago di Ginevra.

All’evento europeo il Museo di Reggio Emilia ha partecipato con il prestito di 14 piccoli oggetti (13 in piombo e 1 in argilla) che costituivano una sorta di casa di bambole ritrovata nella tomba della giovane Julia Graphis, morta a Brescello nel II secolo d. C.

La mostra, curata da Véronique Dasen dell’Università di Friburgo e da Ulrich Schadler, direttore del Museo del Gioco di La Tour-de-Peilz, affronta un tema che è al centro del dibattito scientifico contemporaneo, quello del gioco e dei giocattoli nel mondo antico, un soggetto considerato per molto tempo futile e per questo trascurato. In realtà esso presenta sfaccettature diverse che toccano argomenti di largo interesse, per esempio gioco e genere, norma sociale ed eccessi, gioco e educazione, o ancora il gioco come vettore di relazioni intergenerazionali.
Il tema solleva dunque una riflessione più ampia sulla nostra società contemporanea.

L’esposizione propone una sintesi delle conoscenze sulle attività ludiche nell’antichità greco-romana, tentando di dare una risposta ai seguenti quesiti: si gioca oggi come nel mondo antico? Quali giochi divertivano i bambini del passato? Quali invece li educavano? La mostra mette in scena il ruolo di giochi e giocattoli nell’arco della vita umana, dalla prima infanzia all’età adulta. Dai gingilli dei più piccini, attraverso le bambole, ai piccoli servizi di stoviglie, agli ossicini, la mostra si interessa tanto dei giochi collettivi quanto di quelli di società.
Alla mostra hanno concesso prestiti più di 15 musei francesi (a cominciare dal Louvre) e italiani, fra i quali i Musei Civici di Reggio Emilia.

UNA CASA DI BAMBOLA PER LA PICCOLA IULIA

Tredici piccoli oggetti in piombo, che per la loro collocazione “defilata” nel Museo di Gaetano Chierici possono anche passare inosservati, raccontano la storia toccante di una giovane vita spenta nel fiore degli anni, cui dà luce l’iscrizione latina apposta su un bel cippo funerario in marmo, che, benché strettamente connesso a quegli oggettini, si conserva in un’altra ala del Museo, all’inizio del percorso espositivo del Portico dei Marmi, dove si presentano epigrafi e monumenti funerari della Brescello romana.
E’ proprio grazie al cippo che possiamo collegare l’intero complesso dei materiali alla giovinetta Iulia Graphis, il cui nome ci viene restituito dal testo latino che ne occupa per intero la faccia principale. Il monumento, a forma di altare, è sormontato dalla delicata raffigurazione di due pigne, alle quali si tende ad attribuire il valore di simbolo funerario con allusione al lutto portato dai due dedicanti menzionati nell’epigrafe, e di una rosa, con trasparente richiamo alla fine prematura della giovane Iulia. Il cippo era venuto alla luce nel 1863 all’epoca della demolizione dei forti estensi che sin dall’età rinascimentale costituivano le difese di Brescello, in corrispondenza di una delle necropoli alle porte della città romana, quella che si distribuiva lungo la antica strada diretta a Parma. Il luogo del ritrovamento è lo stesso di un altro cippo, di forma analoga, che commemora membri della medesima famiglia, la gens Iulia, offrendo al contempo ulteriori informazioni su Grafide. Una cassa laterizia rinvenuta al di sotto del suo monumento ne custodiva i resti incinerati ed il corredo funerario.
Ma torniamo all’iscrizione. Quintus Iulius Alexander, autorevole cittadino di Brixellum, seviro augustale, cioè membro del collegio di sei persone investito del compito di promuovere e sostenere il culto di Augusto imperatore, e anzi eletto per la seconda volta alla carica di maestro degli augustali, agendo di concerto con la moglie, Vaccia Iustina, dedica il monumento funebre a Iulia Graphis, in occasione della sua scomparsa, avvenuta prematuramente a soli quindici anni, due mesi e undici giorni. Graphis, il cui soprannome di origine greca allude alla sua familiarità con uno strumento scrittorio (potremmo tradurlo “la Scribacchina”), era la servetta di casa, dove aveva vissuto assieme alla madre Hermione fino alla morte di quest’ultima. In seguito era stata affrancata, ed aveva assunto il gentilizio dei patroni, il nomen Iulius. Ma Quinto e la moglie non si erano limitati a prenderla sotto la propria tutela, l’avevano infatti allevata ed educata amorevolmente in un rapporto di semi adozione.
Dell’affetto che li legava a Graphis sono testimonianza il cippo stesso con la relativa dedica, ma anche gli oggetti di corredo alla tomba, uno straordinario complesso di giocattoli in piombo, che nell’insieme costituivano una sorta di casa di bambola. La cassa laterizia conteneva infatti una piccola lucerna conformata a pigna, in argilla, e tredici oggetti miniaturistici in piombo, che riproducono elementi del mobilio di una casa e dell’arredo di una tavola. I modelli dovevano essere in bronzo o in marmo: una cathedra supina, ovvero un sedile utilizzato da donne di rango, ornato da un bel volto giovanile, una mensa tripes (tavolino), destinato al banchetto, un repositorium (appoggio per i contenitori delle vivande) o mensa delphica (tavolo buffet) o arula. Componevano un servizio da mensa una brocchetta, due coppe, una concha (altra coppa conformata a conchiglia per le abluzioni? una saliera?), due lances (piatti da portata), una situla (secchiello), un tegame con coperchio, un askos (contenitore a forma di otre), una lucerna. Nell’insieme, come si è accennato, l’arredo di una casa di bambole, in cui la bambina poteva ambientare i propri giochi. Non si è conservata la bambola, di cui pure si può immaginare l’originaria presenza, a motivo del materiale deperibile (stoffa, legno, cera) con cui poteva essere stata realizzata. Giunta alla pubertà, la giovinetta romana solitamente offriva i suoi giocattoli a Venere, in luoghi appositamente destinati al culto.
Iulia Graphis, quindicenne brixellensis della metà del II secondo secolo d.C., non poté partecipare al sacro rito delle fanciulle romane, ma prolungò oltre la morte la stagione dell’infanzia, portando con sé nell’aldilà i suoi giocattoli.