Vetrina 8 – I souvenir personali – Le cartoline

5 – I souvenir personali | Le cartoline

Approfondimenti:

Michele Smargiassi, Cartolinesco

Cartolinesco [car-to-li-né-sco] agg. m. – f. -a; pl.m. –schi, f. –sche. Che ricorda
una cartolina illustrata, e quindi di scarso valore artistico, di maniera: paesaggi cartolineschi.

Quando ho spedito l’ultima? Non riesco a ricordarlo. Delle cartoline, oggi, non sembra essere solo finita l’epoca, ma quasi cancellata la memoria. Resta solo sul dizionario il luogo comune di un nome e un aggettivo che richiamano qualcosa di banale, trito, kitsch. Non c’è pietà per i medium morti. Neppure per quelli che hanno invaso il mondo, strutturato relazioni fra milioni di persone, costruito un immaginario planetario: perché questo è stato la cartolina, medium di un secolo, il Novecento, molto più interconnesso di quello che credono, dall’alto dei loro display luminosi, i nativi digitali. E lo furono, così potenti, le cartoline, proprio perché furono così popolari, modeste, umili. “Spiccioli dell’arte e della cultura” le definiva Paul Eluard, che ne fu collezionista accanito.
Manufatti cartacei insignificanti? Ma non scherziamo. Furono oggetti culturali di una complessità che fa impressione. Un palinsesto inestricabile, una torta millefoglie
sociologica, una stratigrafia di usi privati e pubblici, iconografici e verbali, di segni idiolettici (il messaggio, le scritte, i disegni) e normativi (il francobollo, il timbro), di iscrizioni documentali di diverso spessore, pensate solo a quanti esseri umani servivano perché una cartolina dispiegasse la sua funzione: un fotografo, un ritoccatore, a volte un disegnatore, un editore, uno stampatore, un venditore, un mittente, un destinatario, diversi impiegati postali… Per non dire della seconda vita della cartolina, il bancarellaio, il collezionista, l’archivista, l’editore, lo studente, lo studioso… “In Italia ci sono troppi laureati in Lettere e pochi laureati in cartoline”, pare abbia detto Totò, ma che sia vera o apocrifa la battuta, è fantastica. Per fortuna ci furono e ci sono, quei laureati… Anzi, come mostra questa mostra, forse oggi la situazione è eccellente per studiarle: sosteneva Marshall McLuhan che la vera identità di un medium si scopre al suo tramonto.
Vero è che, strattonata nell’area del ricordo nostalgico, oggetto di troppi volumetti “BorgoCoso com’era”, “BorgoCoso d’una volta”, ha sofferto. Ma ha pagato, la cartolina, colpe largamente non sue. Sì, ci furono le cartoline sporcaccione, e quelle feroci, aggressive, bellicose. Ma anche quelle d’amore, o di vacanza, poeticamente ingenue. Riflettevano vizi e virtù degli uomini. Quanto alle cartoline più cartoline di tutte, quelle dei luoghi lontani, tutto quel che ebbero di stereotipo, e ovviamente ne ebbero tanto, le veniva dalla fotografia di paesaggio colta. In Italia, essenzialmente da quello stile Alinari (che pure ebbe i suoi quarti di nobiltà e la sua funzione storica) che isolava i monumenti dal contesto urbano, li trasformava in souvenir iconicamente ritagliati, asportabili, intercambiabili, astratti dalla vita e dall’uso.
E invece bastava guardarle, e guardarne tante, per capire che le cartoline furono un medium prismatico, polimorfo, contraddittorio, ambiguo, fertilissimo. Un medium corale, multisorgente, una vera wiki-visione pre-Web. Accanto alla consacrazione del tipo e dello stereotipo, accanto alla vivisezione della città, c’erano le cartoline dello scarto, del margine. Cartoline che contraddicevano la retorica del monumento, che si sottraevano alle gerarchie della città ufficiale, risignificando altri luoghi, quelli della vita quotidiana, dell’abitare, del lavorare, dello svagarsi. La cartolina ha cominciato a guardare la città vista ma non percepita molto prima degli intellettuali della visione: quando Luigi Ghirri guidò l’impresa del Viaggio in Italia, sapeva e riconosceva il debito.
È ora di restituire alle cartoline quel che appartiene loro. Non erano un sottoprodotto della
cultura visuale, erano protagoniste in prima persona di una trasformazione antropologica. Non registravano, ma intervenivano compensando, invocando, immaginando, proponendo. Ma lo facevano senza sapere di farlo.
Come tutti i medium, anche la cartolina è stata un campo di forze, un’arena simbolica
del confronto sociale. Non ne spediamo più? Ma davvero davvero? E cosa sono le immaginette Instagram che molliamo come palloncini nel cloud della Rete, ancora calde di clic smartphonico? Cosa sono le foto della nostra vita comune che appendiamo sui social con due righe di hashtag? Non sono i “saluti e baci” digitali di un’epoca smaterializzata? Cartolina, grazie di tutto, ma sappiamo che sei ancora fra noi.
Michele Smargiassi
Giornalista

DIDASCALIE VETRINA 8
LE CARTOLINE

Cartoline
Anni Settanta – Novanta del Novecento
Coll. privata

Cartoline a fisarmonica
Anni Settanta – Ottanta del Novecento
Coll. privata

Stereoscope LeStrade
Lourdes, anni Sessanta del Novecento